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Vegetazione
Crocevia obbligato lungo il faticoso cammino della
transumanza, il promontorio senza nome alla testata dei
pendii di “Terre Coste”, si ergeva come ultima barriera al
cammino millenario dei greggi, lungo quel tratturo che
seguendo e guadando il corso del Sangro, raggiungeva i
pascoli invernali della Capitanata e le zone umide della
costa sipontina.
Ed è proprio quest’aspra discontinuità morfologica nel
morbido paesaggio collinare adriatico, quest’improvvisa
cresta rupestre intagliata sulle propaggini costiere del
massiccio abruzzese dall’ antico letto del fiume, a cui va
riferita la causa remota della configurazione del paesaggio
vegetale attuale della costa alla foce del Sangro. Un
processo che vede lembi residui di foresta sopravvivere solo
nelle aree più impervie, in uno scenario ancora oggi
intatto, quasi “rinascimentale” di orti, oliveti, vigneti e
seminativi. Uno scenario plasmato da una lunghissima storia
di colonizzazione che ha sostituito, con gli spazi aperti
del sistema agro-pastorale l’originaria coltre di foreste.
Superati gli ultimi guadi del tratto costiero del fiume, gli
armenti, convogliati nello stretto passaggio di Colle del
Termine, allo spartiacque che immette nella valle dell’Osento,
evitavano i ripidi pendii del promontorio. E risparmiarono
così, nel paesaggio delle colline adriatiche deforestate dal
loro antichissimo andirivieni, un’isola boscosa, la
cosiddetta “Lecceta di Torino di Sangro”.
Ma già gli agricoltori neolitici dovevano aver dissodato le
plaghe più accessibili del territorio circostante,
soprattutto in corrispondenza del sistema dei pianori
sommitali delle colline retrocostiere. Oronimi come
“Torino”, idronimi come “Osento” rivelano tracce delle
parlate dei più antichi fra gli agricoltori peninsulari.
Ed è per questo che la foresta di Torino di Sangro,
nonostante i rimaneggiamenti e le vicissitudini riferibili
ad epoca recente o ricostruibili dai documenti d’archivio
per gli ultimi secoli, rimane pur sempre documento di un
paesaggio vegetale molto antico, lembo residuo di quella
copertura vegetale forestale che in epoca preculturale
doveva rivestire senza soluzione di continuità i territori
del pedemonte medioadriatico.
LO SCENARIO AMBIENTALE
La Riserva si estende su una superficie di 164,69 ettari
distribuiti alle falde di un promontorio arena-ceo di 116
metri di quota derivato dalla profonda e ampia incisione
prodotta sui rilievi collinari della costa adriatica
dall’asta fluviale del fiume Sangro in destra idrografica
nel tratto prossimo alla foce.
Tale promontorio costituisce l’apice nordoccidentale
costiero di un pianoro sommitale ad andamento lunato
(contrade Colle del Termine, Sentinella, Piano di Sodera,
Lentesco) che digrada in direzio-ne SE verso la valle dell’Osento,
del cui bacino rappresenta il rilievo della sinistra
idrografica.
Nel suo insieme la vegetazione forestale si accantona sulle
aree ad acclività più accentuata, che costituiscono il
pedemonte ditale penepiano subcostiero delimitato dal tratto
perpendicolare alla costa del profondo e ampio solco
dell’alveo del Sangro, mentre i pianori sono stati da tempo
deforestati e sottoposti alle alteri vicende di un uso
legato al seminativo, alle colture arboree, al pascolo
arborato.
L’area boscata per la quale la Legge regionale del il
settembre 1979 LR.n° 45 “Provvedimenti per la protezione
della Flora in Abruzzo” prevede un regime di tutela, si
estende al pedemonte del pro-montorio stesso e articola in
una porzione subparallela al corso dell’alveo (a monte della
contrada Salette) e una porzione subparallela alla linea di
costa, ad andamento ortogonale alla precedente (contrada
Lago Dragoni).
Il pianoro sommitale è invece caratterizzato dagli spazi
aperti di un paesaggio agrario dominato da seminativi e
colture arboree (oliveti e vigneti, tracce di mandorleti ,
alberate di fico e fruttifere).
Questo nucleo di foresta rappresenta oggi uno degli ultimi
frammenti residuali delle antiche foreste dei contrafforti
appenninici della costa adriatica, oggi avara dei resti
della copertura forestale delle origini, data l’antichità
della sua colonizzazione agraria e per il prolungato logorio
indotto dalla civiltà pastorale.
Il substrato è costituito da una bancata di arenarie
plioceniche che digrada debolmente verso la costa fino alle
quote intorno a 100 m s.l.m., al di sotto delle quali
l’acclività si accentua e la morfologia risente del
modellamento legato alle oscillazioni della linea di riva
durante il corso del Quaternario.
Il settore boscoso della Riserva parallelo al corso del Sangro (parte delle antiche Terre Coste) si estende su
ripide pendici che dall’alveo (contrada Salette) giungono
alla base di un allineamento di creste rupestri verticali
derivate da escavazione fluviale sulla bancata di arenarie.
Anche in questo caso la morfologia del pedemonte è
debolmente scalinata e risente qui dell’accumulo localizzato
dei resti di depositi continentali di terrazzo fluviale
costituiti da alternanze di ghiaie e sabbie che a tratti,
soprattutto in prossimità del promontorio terminale di
Masseria Tessitore, determinano discontinuità topografiche
di un certo rilievo, con formazione scoscendimenti rupestri
e pareti a picco, il cui fronte di retrazione è
verosimilmente ancora attivo.
Il macroclima presenta caratteristiche termiche di tipo
mesomediterraneo con periodo di siccità estiva non superiore
a 3 mesi. Tale assetto del clima rappresenta una condizione
ambientale che non pone a livello generale, alcun limite
alla affermazione in loco di specie legnose sia sempreverdi
che decidue . Ciò consente pertanto, nel territorio della
riserva, la coesistenza stazionale ad un’ampia gamma di
specie arboree ad esigenze anche leggermente contrastanti e
che per tal motivo sono di norma distribuite a quote diverse
lungo il rilievo appenninico più interno.
CARATTERISTICHE DELLA VEGETAZIONE
La tipologia della vegetazione della riserva nel suo
insieme, corrisponde ad un gradiente di variazione che va
da una coltre forestale di tipo sia sempreverde
mediterraneo, sia caducifoglio a carat-tere eurosiberiano
boreotemperato (submediterraneo) di affinità floristica
appennino-balcanica a lembi ridottissimi di suffruticeti ed
erbai aridoclini mediterranei di rupe a carattere
extrazona1e o azonale. Sono le condizioni ambientali
stazionali legate alla persistenza più o meno lunga di una
riserva idrica nel substrato che, interferendo con fenomeni
successionali legati al grado di maturità e disturbo del
consorzio determinano lo smistamento e l’affermazione di
queste diverse comunità lungo il gradiente topografico
locale.
Vengono qui di seguito elencate quelle forme di vegetazione
del territorio della Riserva che siano decisamente
distinguibili in base a diversa fisionomia e composizione
floristica, La trattazione vuole enfatizzare gli aspetti più
chiaramente differenziabili l’uno rispetto all’altro, ma va
precisato che i confini fra le varie comunità sono alquanto
sfumati e la maggior parte del territorio, per quanto
riguarda la vegetazione forestale, presenta caratteristiche
vegetazionali del tutto “miste”.
VEGETAZIONE FORESTALE
Contrariamente alla denominazione torrente di “Lecceta di
Torino di Sangro”, il lembo di foresta della Riserva è solo
in parte costituito da una vegetazione a carattere
sempreverde, dominata cioè da leccio (Quercus ilex). E’ al
contrario la componente caducifoglia della flora legnosa (Roverella,
Q. pubescens senslu) a prevalere su gran parte
dell’area. Sono riconoscibili comunque nuclei distinti
corrispondenti alla articolazione floristica qui di seguito
descritta.
FORESTA SEMPREVERDE
È rappresentata nella sua forma più evoluta da un consorzio
forestale a carattere sempreverde domi-nato da leccio (Quercus
ilex), a cui di norma si affiancano, nel sottobosco, altre
specie legnose sem-preverdi di dimensioni minori quali
lentisco (Pistacia lentiscus), mirto (Myrtus communis),
Alaterno (Rhamnus alaternus) fillirea (o lillatro: Phillyrea
latifolia). Non infrequenti come codominanti o dominati
nella volta forestale sono ornello (Fraxinus ornus) e
roverella (Quercus pubescens s.l.), specie decidue la cui
eventuale abbondanza può dar vita a consorzi misti di
transizione con il querceto caducifoglio a cerro (Q. cerris)
e roverella, di norma contiguo alla lecceta nell’area della
Riserva, soprattutto nei pressi del talus sotto la cengia
della rupe sommitale.
Tale lecceta rappresenta un aspetto locale della fascia
zonale di una foresta mediterranea sempre-verde diffusa alle
basse quote in tutti i distretti costieri dell’Italia
peninsulare a regime climatico decisamente mediterraneo.
Questa condizione climatica non impone un vero e proprio
arresto vegetativo durante il periodo invernale, data la
mitezza delle condizioni termiche, consentendo così
l’affermazione di specie a fogliame sempreverde di antica
origine subtropicale quali il Leccio, l’alloro e una liana
spinosa (Smilax aspera), la stracciabrache). Un periodo di
siccità estiva relativa-mente pronunciato, trova di nuovo
nella struttura della foglia sempreverde un ulteriore
vantaggio adattativo, cosicché la vegetazione sempreverde ha
saputo sopravvivere alle trasformazioni climatiche del
Quaternario a queste latitudini fino ai nostri giorni.
Nella vegetazione sempreverde della Riserva è stato
riconosciuto (Fammaro et al., 1988) l’assetto composizionale
noto per le leccete a carattere più interno, subappeninico
dei distretti centrali della penisola italiana e dei
distretti adriatici della penisola balcanica (cfr.l’associazione
Orno-Quercetum ilicis della sintassonomia fitosociologica),
nei quali è costante una componente di caducifoglie a
carattere sudeuropeo e submeditterraneo (ornello, Eornus;
roverella, Q.pubescens). Specie arboree caducifoglie, in
base alle precedenti considerazioni presentano aspetti
adattativi ben diversi da quelli delle sempreverdi: Ma la
loro capacità di tollerare meglio i freddi invernali
consente un vantaggio competitivo nel caso di oscillazioni
climatiche di portata e durata limitata, cosicché la
coesistenza stazionale di queste due aliquote di specie così
diverse nel lembo residuo di foresta adriatica di Torino di
Sangro è comunque assicurata.
Anche l’erbaio è comunque relativamente ricco di specie che
sono note per partecipare con maggior frequenza alla
composizione di foreste di tipo caducifoglio piuttosto che
sempreverde (Brachypodium rupestre, Carex fiacca,
Buglossoides purpureo-coerulea). Inoltre, fra le specie
erbacee del sottobosco, una certa aliquota rispecchia
piuttosto il fatto che la lecceta, nel corso del tempo,
quasi ovunque sia stata soggetta ad intervalli più o meno
regolari, ad un accentuato disturbo, per asporto di biomassa
tramite ceduazione, pascolo in foresta e occasionali
incendi, questi ultimi verosimilmente legati alle esigenze
di mantenimento del pascolo stesso.
Queste specie rivelano
pertanto condizioni pregresse di apertura ciclica della
volta forestale anche se sono ormai generalizzate nel
sottobosco. In particolar modo le seguenti indicano un’ingressione
da ambienti esterni, a carattere rupestre, che sono legate
prevalentemente all’elemento mediterraneo: Psoralea
bituminosa e lo stesso Ampelodesmos mauritanicus,
probabilmente sterile nel sottobosco ombroso, traccia di un
reiterato passaggio del fuoco in foresta. Per tali specie è
prevedibile un destino di lenta scomparsa dal sottobosco
stesso in un prossimo futuro (anche se è nota la tenacia a
persistere da parte di Ampelodesmos che si perpetua per via
vegetativa), se prevarrà un regime di tutela atto a
fa-vorire una progressiva maturazione del consorzio, grazie
alla sospensione dei tagli. La conseguente maturazione del
suolo forestale e le diminuite condizioni di luminosità
dovute allo sviluppo degli in-dividui arborei, tenderanno a
escludere competitivamente molte specie dell’erbaio che non
abbia-no origine da sottobosco di foresta, ma che bensì
appartengono piuttosto alla flora dell’ orlo natura-le
esterno di una foresta o sono tipiche di radura.
Meno chiaro è il significato di una graminacea relativamente
inaspettata ma nondimeno costante nella composizione locale
della foresta di Torino di Sangro. Si tratta di Festuca
drymeja, specie nota per i siti relativamente umidi del
sottobosco di foreste decidue anche a carattere decisamente
meso-filo e temperato (rovereti, faggete). Nel bosco di
Torino la specie è frequente al punto da aver spinto alcuni
Autori (Tammaro et al.1988) nel definire qui una consorzio
di lecceta del tutto particolare per l’Appennino (cfr la
subassociazione Orno-Quercetum ilicis festucetosum
drymejae). La specie sembra piuttosto qui a Torino
comportarsi come invasiva, di provenienza da un querceto
misto caducifoglio a roverella e cerro circostante, dove è
altrettanto, se non ancor più, diffusa, grazie alle
discontinuità del substrato scalinato e alle venute a giorno
di strati litologici a impermeabilità più accentuata,
soprattutto nel settore continentale della Riserva. Sembra
pertanto che Festuca, genere peraltro estraneo a condizioni
nemorali di foresta chiusa, matura, possa in questa sua
collocazione locale rivelare una interessante capitolo della
storia di una comunità forestale appennica. In quanto
specie di ambienti aperti essa appartiene a ecosistemi di
prateria che videro la loro massima diffu-sione in quelle
regioni durante i periodi più aridi dell’ ultima
glaciazione. Essa potrebbe essere stata inglobata in seguito
alla rapida riaffermazione delle foreste nella regione
circostante nel postglaciale, dopo millenni di assenza del
bosco da questi territori. La sua relativa mesicità ne
avrebbe favori-to la sopravvivenza nell’ambiente protetto
del sottobosco salvandola dalla esclusione competitiva da
parte delle specie dei prati “moderni”, più adatte a
condizioni di ambiente decisamente più caldo.
Non estraneo alla sua persistenza nella foresta locale, potrebbe anche essere il disturbò indotto dal pastoralismo, che ha mantenuto aperta o ha diradato, col passaggio degli armenti transumanti, la struttura di gran parte dei boschi dei territori di quel settore dell’Appennino sin dalla più lontana antichità, sottraendo Festuca anche al rischio di “soffocamento” da parte di una copertura forestale completamente chiusa. Fisiononila differente presentano alcuni lembi di lecceta matura, in quanto poco disturbata dai tagli del passato, accantonati nel fondovalle percorso dalla strada che confluisce nella Statale Adriatica. Qui la volta forestale, m corrispondenza di impluvi, è completamente dominata da leccio che in-combe su uno strato subordinato “In fieri” ad alloro, viburno (Viburnum tinus), alaterno (Rhamnus alaternus), alloro (Laurus nobilis) e occasionalmente mirto (Myrtus conimunis). Questa foresta sem-preverde “pura” presenta una netta impronta mesofitica a carattere lauroflulo che richiama piuttosto la fisionomia di ecosistemi forestali di latifoglie preverdi analoghi di ambiente subtropicale (bioma della foresta subtropicale sempreverde a laurofille). Ciò è accentuato dalla presenza di vistose festo- nature di Smilax aspera (stracciabrache) in corrispondenza di discontinuità nella volta forestale, mentre il sottobosco è completamente dominato da Hedera helix (edera) e da specie erbacee nemo-rali a carattere sempreverde (Ruscus aculeatus, pungitopo; Rubia peregrina, robbia; Tamus commu-nis, tamaro).Tali popolamenti, per composizione e carattere del sito sembrano apparentemente non correlabili alle condizioni di accentuata termicità che si considerano di norma responsabili dello smistamento fra foresta sempreverde mediterranea e foresta decidua submediterranea. Sembrerebbe qui che condizioni di vittoria competitiva dell’elemento sempreverde rispetto a quello caducifoglio, a parità di condizioni climatiche permissive sia per l’uno che per l’altro, siano determinate piuttosto da scarsa luminosità, cosa che equivale a condizioni di aridità edafica e di denutrizione. Tale parti-colare condizione perpetua in un certo modo qui a Torino una sorta di modello ancestrale di foresta sempreverde peninsulare a carattere conservativo “preglaciale” conferendo un valore documentario di prim’ordine a questo lembo di foresta adriatica. Analoga composizione ma ad impronta di tipo decisamente sclerofillo “moderno” presenta la vege-tazione forestale immediatamente a monte della Statale adriatica e dei pendii più prossimi alla costa fino alla quota approssimativa di 50 m si m. Qui la vegetazione sempreverde”pura” a mirto, lentisco ed Erica arborea (erica), si colloca nella classica sequenza altitudinale alla base del rilievo, dove precede in zonazione altitudinale rispettivamente la lecceta mista con ornello e roverella e la foresta decidua pura a roverella della parte superiore delle pendici. Forme di vegetazione legnosa sempreverde caratterizzata dalla dominanza di macchia a lentisco, ginestra (Spartium funceum) e gariga a cisti (Cistus salvifoilus e C. incanus) su erbaio più o meno continuo ad Ampelodesmos, sono presenti soprattutto in prossimità della vetta del promontorio Masseria Tessitore e soprattutto sul suo affilato contrafforte costiero. Pur trattandosi di un consorzio a carattere degradato da pascolo e incendio, che ha sostituito una precedente struttura forestale, la localizzazione colà di una flora tollerante le condizioni locali di accentuata aridità edafica suggerisce che alcuni lembi di gariga e macchia nelle giaciture sommitali della cresta del contrafforte, non possano che rappresentare Popolamenti a carattere “primario”, qui accantonati in quanto una loro evoluzione in foresta non sia mai stata possibile data l’acclività del sito. E’ verosimile che in un passato anteriore alla massiccia deforestazione dovuta alla messa a coltura e al pastoralismo, questa macchia primaria sia stata più diffusa in corrispondenza di tutte le discontinuità topografiche i cigli dei terrazzi marini e le cenge dei terrazzi fluviali e da qui essersi poi diffusa nelle aree già degradate dall’impatto umano delle epoche più antiche.
FORESTA CADUCIFOGLIA
Nelle parcelle di bosco deciduo della lecceta di Torino di
Sangro, la volta forestale è dominata da roverella Quercus
Pubescens sl. La maggioranza degli esemplari sembrano
corrispondere al feno-tipo attribuito da alcuni studiosi
all’entità Q.virgiliana, facilmente distinguibile
soprattutto sugli esemplari di grandi dimensioni disseminati
come alberi camporili nel sistema agricolo. Frequente nei
siti di impluvio o in corrispondenza di venute a giorno di
vene d’acqua è il cerro (Q.cerris), la specie che
probabilmente in condizioni di minor disturbo doveva
dominare la volta forestale su superfici più vaste in
passato. La flora accompagnatrice di questi popolamenti è
sostanzialmente la stessa osservata nell’ambito delle
porzioni di bosco dominato da sempreverdi tendono comunque
ad esser qui più frequenti popolazioni di ornello, di Carpinus orientalis (carpinella), Crategus monogyna
(biancospino), Euonymus europae (evonimo), Paliurus
australis (marruca), e occasionalmente Cercis siliquastrum
(albero di giuda). Di rilievo sono le popolazioni di una le
leguminosa subarborea, Colutea arborescens, ricordo di
epoche climatiche più aride rispetto al periodo attuale e
caratterizzate da una vegetazione forestale molto più
ridotta, che tende a collocarsi in prossimità del ciglio del
pianoro sommitale del promontorio. Si tratta di una flora
legnosa a carattere marcatamente orientale, che evoca
affinità con la vegetazione forestale delle regioni
affacciate sulla sponda opposta dell’Adriatico.
VEGETAZIONE DELLE CENGE RUPESTRI
Tracce di suffruticeti ed erbai aridoclini costituiti da
specie di gariga o di steppa mediterranea, si accantonano in
prossimità del sistema di cenge rupestri che delimita il
sistema di terrazzi della destra idrografica della Valle del
Sangro e che costituisce al contempo il ciglio
nordoccidentale di un pianoro sommitale sulla sinistra
idrografica dell’Osento.
Questi consorzi sono dominati da Labiate suffruticose di
piccola e media taglia quali Micronmeria graeca (issopo
meridionale), Teucrium polium (canutola), Teucrium
chamaedrys, Teucrium flavum e dai cespi di una graminacea di
grandi dimensioni,Ampelodesmos mauritanicus (stramma,
tagliamani), ai quali si associano Composite suffruticose
(Helichrysum italicum) o Cistacee (Cistus salvifolius, C.
incanus).
La loro estensione è estremamente ridotta e frammentata
nelle maglie della copertura forestale do-minante; sono
spesso a carattere puntiforme o si riducono a popolazioni di
singole specie allineate in corrispondenza del Ciglio di
creste, su scoscendimenti e affioramenti rupestri, ovunque i
suoli siano per una qualche ragione estremamente
superficiali e le condizioni di nutrizionalità ed aridità
edafica siano quanto più sfavorevoli.
Questa vegetazione con aspetto di “gariga”mediterranea, si
colloca in posizione marginale sia ai lembi di foresta
dominata da sempreverdi mediterranee, che a lembi dominati
da caducifoglie sub-mediterranee. Questo in quanto i
fenomeni di degradazione della foresta in loco convergono
nel produrre un cespuglieto sostitutivo a suffrutici ed alte
erbe di tipo mediterraneo, in quanto le condi-zioni di
aridità locale e di degrado della coltre di suolo
superficiale favoriscono una flora con carat-teristiche
adattative di quel tipo.
La presenza di questa flora in loco costituisce uno dei
capitoli più interessanti della genesi della vegetazione
della costa adriatica. Se pur legata a una forma di
degradazione del manto forestale nei siti a suoli meno
favorevoli allo sviluppo di una di una biomassa legnosa, il
messaggio che tale flora invia è infatti legato al
significato conservativo residuale e relittuale di una
copertura vegetale di ambiente arido di epoche climatiche
più antiche. Come espressione di una vegetazione
subdesertica e non come espressione di consorzi a carattere
litoraneo (anche se la densità di tali popolamenti o
segmenti di essi tende ad aumentare procedendo verso la
linea di costa) essa è reminiscenza di quel paesaggio
vegetale di tipo pleniglaciale o di fasi aride del
Quaternario superiore, che popolava i territori oggi
sommersi al largo della costa adriatica.
I complessi rapporti fra foresta sempreverde e foresta
decidua, che vedono nel territorio della riserva un
intricato modello di addensamento locale di popolazioni di
leccio rispetto a quelle di caducifoglie (roverella e
cerro), mostrano una dipendenza dalle diverse condizioni
nutrizionali del substrato derivate dalla variazione di
permeabilità degli affioramenti litologici. A grandi linee
può esser riconosciuta una maggiore capacità competitiva al
leccio in corrispondenza di affioramenti di strati a
granulometria grossolana (ghiaie e sabbie) tale da
accelerare il processo di infiltrazione e drenaggio delle
acque meteoriche. La sua presenza in ambienti di impluvio
alle quote più basse può al contrario esser ricondotta
semplicemente a una sua dominanza zonale in siti “da sempre”
dominio di una vegetazione a carattere più o meno laurofillo. La presenza di strie ancor meno fertili assicura
la presenza di Festuca drymeja nella composizione di questa
foresta, al punto tale da aver dato vita alla istituzione di
una particolare subassociazione nella sinsistematica
fitosociologica. Festuca connota residui di erbai steppici
inglobati in ecosistema di foresta nel corso dell’Olocene.
Una volta forestale a dominanza di leccio (Quercus ilex) si
concentra dunque in alcune parcelle nella parte superiore
della pendice rivolta verso la valle del Sangro e nella
parte inferiore della pendice rivolta verso l’Adriatico. Il
denominatore comune e chiave di interpretazione di questa
distribuzione apparentemente contrastante, è l’acclività, a
cui la presenza di sempreverdi sembra essere
preferenzialmente legata. In questo caso, infatti, i settori
più acclivi nelle due pendici che, a grandi linee, sono
definibili come rispettivamente concava (settore affacciato
verso la Valle del Sangro) e convessa (settore costiero),
sono localizzati rispettivamente verso la sommità del
rilievo a occidente e alla base dello stesso lungo la costa.
Verosimilmente il dinamismo in molti luoghi mostra dominanza di roverella o leccio a carattere puramente stocastico, in quanto la segregazione dell’ una o altra specie in siti opportuni, vista la permissività e la sostanziale mancanza di variazioni locali del clima nell’intera area, richiederebbe tempi lunghi. Su questa base è presumibile che la dominanza locale dell’ una o dell’ altra specie segua un modello di dominanza alternata nel tempo, per cui si manifesti con l’esito osservabile della coesistenza stazionale. Anche la presenza di Ampleodesmos è di enorme valenza esplicativa sulla genesi del paesaggio vegetale attuale e sulla inconsueta composizione floristica di questa foresta. La specie può essersi diffusa ed affermata con tale densità solo in conseguenza di lunghi periodi di “apertura” della volta forestale stesa. Va supposto pertanto un paesaggio forestale molto frammentato in passato da in-tenso pascolo in foresta e da tentativi di messa a coltura di terrazzi sufficientemente ampi. Oggi verosimilmente gran parte degli individui sono sterili ma si nota la loro capacità di persistere per lunghi periodo sotto volta forestale chiusa come residui di antichi varchi grazie alla capacità di rinnovazione vegetativa dei cespi. Rimane l’incognita del “serbatoio iniziale” di questa specie, dal quale essa si sia diffusa nel paesaggio vegetale generato dal disturbo umano. Esso va identificato nella stretta cimosa di siti rupestri alla sommità del pendio, nei quali si è accantonata nel tempo tutta la flora a carattere erbaceo, suffruticoso e arbustivo che doveva aver dominato nel paesaggio circostante durante le fasi climatiche aride recenti e meno recenti legate ai cicli glaciali del Quaternario superiore. Tale complessità in seno alla vegetazione forestale, nonostante l’esigua estensione del lembo di foresta di Torino di Sangro, ricca di diversificazioni al suo stesso interno è indizio del grande valore documentario del comprensorio come area nodale di conservazione per testimonianze uniche di vicende passate della genesi della vegetazione appenninica. La serie storica di documenti disponibili negli archivi comunali mostra inequivocabilmente come parte dell’attuale territorio boscato sia andato soggetto a fasi di intenso disturbo in passato, che ,pur nel mantenimento del nucleo stesso di foresta, abbia indotto fasi di intensa turnazione di pascolo fino a tutto il X1X secolo. Oltre ad utilizzazioni massicce per tutto il XIX secolo Parte dell’attuale territorio boscato ha conosciuto inoltre diradamenti per la messa a coltura. Al Ciglio del promontorio, infatti, la vegetazione risente della trasformazione in steppa colturale delle aree Pianeggianti a oriente della linea di cresta e alla mancata deforestazione a valle di questa data l’acclività. Ma la flora di questo interessantissimo ecotono naturale rivela tracce dell’antico andamento della vegetazione anteriore alla deforestazione Si riconoscono qui tracce ad andamento sublineare di un fronte di accantonamento sommitale di sempreverdi accanto a specie di bordo e mantello della foresta decidua. Fra queste, vanno annoverate specie delle boscaglie submediterranee di affinità balcanica e sudeuropeo-orientale che presentano verosimilmente qui una delle sorgenti naturali della loro subrecente diffusione nelle foreste disturbate dal paesaggio colonizzato e frammentato (carpinella, marruca) del comprensorio e dei territori circostanti. La foresta di Torino di Sangro presenta in realtà l’assetto floristico e strutturale di una foresta in ricostituzione. Rispetto a un assetto francamente “silvano” della copertura vegetale, i due secoli passati hanno rappresentato una parentesi che stava per concludersi nella perdita completa di queste caratteristiche. Gran parte dell’area era in via di trasformazione in cespuglieto, in quel generale decadimento di interesse nel mantenere lembi residui di una vegetazione forestale ereditati dall’eco-nomia di epoca preindustriale e non più in armonia con le esigenze di produzione di biomassa dei decenni successivi al dopoguerra. E’ solo con il cambio di mentalità negli anni a cavallo fra i 60’ e 70’, quando si afferma la necessità di tutela dei resti di vegetazione naturale in funzione di salvaguardia di documenti del patrimonio naturale e di serbatoi di specie e comunità vegetali minacciate, che si innesca un tipo di interesse conservazionistico che culmina nell’adeguamento alle normative emanate dalle disposizioni comunitarie in difesa della biodiversità.
IL PAESAGGIO AGRARIO
Non meno valida, dal punto di vista documentario, è la
copertura vegetale che caratterizza il paesaggio agrario
locale. La vasta estensione dei seminativi, l’alternanza di
orti, oliveti, vigneti nelle aree esterne al bosco ha
prodotto uno scenario rurale oggi ancora intatto, quasi
“rinascimentale”, plasmato da una lunghissima storia di
colonizzazione umana, che ha sostituito nel tempo, con gli
spazi aperti del sistema agro-pastorale, l’originaria coltre
di foreste.
La rete di campiture ereditata dall’antico sistema dei
“campi chiusi”, caratterizzata dalla presenza di siepi di
delimitazione fra aree pascolate ed aree sottoposte a
coltura sopravvive nelle regolari cam-piture della
suddivisione poderale dell’altopiano. Mentre gli spazi
aperti più ampi sembrano vero-similmente fenomeno
subrecente, legato a trasformazioni d’uso a favore della
cerealicoltura, il siste- ma della policoltura mediterranea
tiene ancor oggi testa in alcune aree dell’altopiano nei
numerosi esempi di coltura maritata alla vite, del mandorlo,
del fico e di altre fruttifere locali. Il suo valore
paesistico e percettivo è fuor di discussione e come tale va
accuratamente salvaguardato in tutta la fascia di territorio
immediatamente confinante con la Riserva stessa. La forma di
tutela più idonea consiste nell’assicurare, in un prossimo
futuro, il mantenimento di una continuità dei modi d’uso
agricolo tradizionale, di incentivare, nel contesto
prevalente dei seminativi, il mantenimento delle alberate
camporili, dei lembi di vigneto a pergola o maritato a
sostegno vivo, delle colture arboree (oliveto) e soprattutto
il provvedere al recupero della coltura del mandorlo, del
fico e di altre frut-tifere locali, oltre al restauro
(manutenzione!) dei manufatti secondo i canoni della la
tipologia edilizia rurale locale.
Spettacolare è il passaggio brusco dalla vegetazione
forestale dei pendii rivolti verso la valle del Sangro e il
paesaggio agrario deforestato dei pianori sommitali. Ciò ha
favorito, lo sviluppo e il mantenimento ad oggi di una
cimosa marginale di “foresta pigmea” a marruca e carpinella,
conservatasi abbarbicata sul ciglio del promontorio al
contatto fra foresta di pendio e il seminativo ad olivo e
mandorlo. Popolamenti vetusti delle due specie sono
rarissimi da rinvenire ormai nel paesaggio appenninico
attuale. Tale addensamento sembra presentare carattere del
tutto primario, residuale di una vegetazione di margine
naturale di una superficie boscata, conservatasi proprio
perché abbarbicata su ciglio di terrazzo morfologico a
contatto con lo spazio aperti del seminativo, al di fuori
della concorrenza della foresta di pendio e di quella che
copriva in un passato preculturale il pianoro e che è oggi
ormai eliminata dalle colture.
CONSIDERAZIONI FITOSTORICHE
La configurazione del paesaggio fisico attuale è assetto
acquisito in epoca sorprendentemente recente. La presenza di
un bacino marino è infatti scenario che risale solo ai
millenni successivi al postglaciale, quando la linea di
costa del golfo adriatico inizia a retrocedere dalla
latitudine del Gargano, nella quale era approssimativamente
localizzata intorno all’acme dell’ultimo pleniglaciale
(20.000 anni dal presente), verso l’attuale golfo di
Venezia, in cui si assesta all’incirca all’inizio della
nostra era. Prima di allora, nel pleniglaciale, in base a
dati paleobotanici e paleodimatologici, si conoscono indizi
sulla esistenza di un ambiente di tipo semidesertico intorno
al golfo adriatico, analogo a quello che caratterizza oggi
alcuni distretti dell’Asia centrale (Mar Caspio, regione del
Ust-Urt, lago di Aral). Orbene, la flora dei consorzi delle
cenge rupestri a Micromerla greca,
Teucrlum polium, T flavum della Riserva, presenta
un’aliquota di specie che hanno il loro areale attuale
incentrato nei territori del Mediterraneo orientale, dove
costituiscono la copertura vegetale zonale su vasti aree
poste al limite con il deserto siriano e i semideserti e le
steppe della regione irano-turanica. È pertanto da dedurre
che le condizioni aride e continentali del pleniglaciale
con-templassero su vaste estensioni allora all’asciutto del
bacino adriatico e quindi alle latitudini dell’ attuale foce
del Sangro, una vegetazione del tutto simile a quella dei
cespuglieti e suffruticeti pre-desertici della Palestina,
corrispondenti a quelli oggi accantonati sulle cenge del
comprensorio. Questi pertanto rappresenterebbero le tracce
di una sorta d’avamposto verso occidente del fronte degli
attuali semideserti e steppe centroasiatici e del Vicino
Oriente che ancora si attestava nella zona durante 1’ultimo
pleniglaciale.
Con il miglioramento delle condizioni ambientali durante l’Olocene, il paesaggio locale ha visto il ritorno delle foreste da centri di rifugio subcostieri loca-lizzati verosimilmente poco a Sud della zona. In questo scenario i pastori neolitici hanno potuto muoversi solo nelle maglie di una rete di aperture naturali nella fitta coltre di foreste del 6-7 millennio A.C. Se una prima trama di varchi era stata forse aperta dai contemporanei agricoltori itineranti , è altrettanto verosimile che già questi e i pastori stessi si fossero giovati di una rete di varchi legata alle discontinuità morfologiche, nei quali la coltre arborea si faceva più rada o era assente e ove le specie erbacee delle antiche steppe glaciali, fra l’altro l’ecosistema di origine degli stessi armenti domestici, si erano rifugiate sotto la spinta della invasione delle rigogliose foreste del postglaciale. Ed è alla luce di queste vicende fitostoriche che aspetti localissimi della vegetazione del compren-sorio acquistano significato. Visti da quest’angolazione, i suffruticeti e le praterie aride ad Ampelo-desmos del promontorio si connettono con le distese erbose delle praterie pedegarganiche e dei consorzi garganici e murgesi a Stipa e Achnatherum. E’ questa l’ossatura vegetazionale del tronco dell’imponente tratturo di connessione fra l’Italia centrale montana e la Puglia costiera che sfiora il promontorio di Torino di Sangro attraverso il quale milioni di capi di bestiame per millenni sono transitati attraverso la strettoia di terre coste dai pascoli dell’aquilano verso il Tavoliere. Anche l’accantonamento su una cengia sommitale di alcuni individui di Tamarix cfr. africana (tamerice), fuori del consueto ambiente litoraneo, qui piuttosto legati alla radiazione da ambiente alveale, quasi di fiumara (Sangro), è testimonianza estrema di una vegetazione di entroterra semi-desertico nello scenario ambientale del pleniglaciale dell’antico golfo adriatico. Allo stesso modo Pailurus, Carpinus orientalis e Colutea arborescens, così emblematici delle creste a contatto col dinamismo dell’ attuale foresta, evocano i resti di un ambiente savanoide, di steppa arborata, meno proibitivo, forse allora diffuso nei distretti più interni di rifugio, ove giovarsi delle piogge orografiche. Il motivo della inaspettata conservazione fin ad oggi di un’area boscata in quei distretti della costa adriatica va comunque ricercato non tanto in fenomeni del retaggio storico-culturale legati alle vicende fondiarie quanto piuttosto a una intrinseca configurazione del territorio. Il paesaggio tabulare delle colline terrigene di quel settore costiero che, se solcato dalle incisioni fluviali, si risolve in ripide balze, spesso incoerenti, si differenzia marcatamente da quello delle plaghe circostanti dominate dalla ondulata morfologia di colline argillose di una sedimentazione più antica. L’imponente alveo del Sangro ha inciso nel tempo un solco ben più ampio rispetto a quello degli altri fiumi paralleli, scavando balze più proibitive sia per la venuta giorno di sedimenti a granulometria inadatta alla messa a coltura, sia troppo ripide e incoerenti e di difficile accesso alla frequentazione degli armenti. Al pedemonte delle balze più erte inoltre, il sedimento argilloso presenta caratteristiche di compattezza sfavorevoli alla messa a coltura con i mezzi della tecnologia di epoca preindustriale. Su una tale morfologia e substrati la colonizzazione è stata ardua e il manto forestale delle origini è sfuggito così almeno alle forme più intense di rimaneggiamento umano. Ultimo dei contrafforti appenninici sulla guglia di Masseria Tessitore, l’antico nome “Terre Coste” allude infatti alla scalinatura della morfologia. Il dato “fossilizzato”, fissato nel toponimo, è di grande rilievo nella ricostruzione delle vicende subite dalla copertura vegetale nel corso della storia degli ultimi secoli e getta indiretta mente luce sui modi e l’intensità dei tentativi di messa a coltura nel passato. Misterioso è il toponimo “Suvaro”, registrato sulla destra idrografica dell’Osento, di rimpetto alla confluenza con il Fosso Frainile. Il toponimo viene interpretato come riferito a “sughero”(Gianmarco, 1990) ; ma la sughera, Quercus suber, non è segnalata attualmente nel territorio circostante per cui il termine o nasce come assonanza con nome d’altro significato (Suvaro, Sovaro = “luogo al di sopra di”, come contrapposto a infero”, “inferno”) o è collegato come deformazione, nell’altra forma registrata in loco “Sòvaro”, a “sòtero”, cioè terreno non coltivato. Non va categoricamente escluso comunque che il nome possa anche riferirsi a una presenza puntiforme della sughera o, più vero-similmente, di cerro-sughera (Q. crenata) nell’area fino a epoca subattuale, cosa che rivestirebbe notevolissimo interesse fitogeografico, suggerendo una condizione di maggior ricchezza floristica in un passato tanto recente da aver lasciato un ricordo nelle parlata neolatina locale. Lo stesso Fosso Frainile è toponimo comunque carico di significati legati a un paesaggio vegetale non più riscontrabile in loco, Il riferimento verosimile a “farnia”, localmente ‘fraina’ (Quercus robur), fors’anche farnetto (Q. frainetto) contenuto nel nome attribuito al corso d’acqua, è compatibile con l’assetto della fisiografia locale (fondo vallivo, alveo) e con il tipo di copertura vegetale atteso in questi siti, cioè la foresta decidua mesofila ripariale e planiziare a farnia e la cerreta a farnetto, che di norma doveva orlare la prima nei siti finitimi più asciutti prima delle deforestazioni di epoca storica.
(Francesco Spada)
